Se al vertice della Fao, Food and agricolture organization dell’Onu, che apre oggi sono soprattutto le assenze prestigiose a far discutere, al controvertice parallelo, il Forum della Società Civile, “le stelle ci sono tutte”, come dice Gustavo Duch Guillot, uno degli organizzatori. Da Saul, in rappresentanza delle comunità indigene latinoamericane, a Mamaya di una cooperativa di pescatrici artigianali della Guinea Conakry ad Agripia della Tanzania (che racconta le espulsioni dei Masai dalle loro terre ancestrali per far spazio alle grandi aziende internazionali in cerca di terra) sono oltre 500 i delegati della società civile di tutto il mondo che da Venerdì sono riuniti nell’ex-mattatoio della capitale italiana con l’obiettivo di “discutere oggi per essere capaci di imporre un cambiamento domani”, per usare le parole di Yeko Etienne Sede, della Coalizione delle organizzazioni contadine del Congo Brazzaville. Aperti da Benedetto XVI e dal Segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon, i lavori del vertice Fao continueranno fino a Mercoledì 18 Novembre, con una serie di tavole rotonde e gli interventi di presidenti e capi di governo; già domani dovrebbe essere approvata una dichiarazione finale messa a punto nei giorni scorsi che, secondo la bozza fatta circolare, contiene una serie di dichiarazioni di intenti e impegni per “prendere misure urgenti per sradicare la fame nel mondo”. Un testo che è già stato fortemente criticato da molte organizzazioni non governative (ong) e associazioni del settore, secondo le quali non contiene né cifre né impegni precisi per raggiungere il condiviso obiettivo di sconfiggere fame e malnutrizione. Secondo gli esperti, sia quelli della Fao sia quelli delle organizzazioni e associazioni, per affrontare il problema malnutrizione sono necessari massicci investimenti nel settore rurale e agricolo; gli aiuti dal nord al Sud del mondo sarebbero stati quantificati in 44 miliardi di dollari l’anno, a cui dovrebbe però affiancarsi una cifra più o meno equivalente attraverso investimenti pubblici locali. Investimenti che, si sottolinea, consentirebbero quella “rivoluzione verde” che tra gli anni ‘70 e ‘80 permise a molti paesi di Asia e America Latina di risollevarsi dalla crisi alimentare. Ma se la richiesta economica oggi rappresenta un quinto di quella che nei decenni scorsi consentì di limitare il problema malnutrizione in alcune aree del pianeta, oggi sembra essere la volontà politica a mancare; nei giorni scorsi molti editorialisti e commentatori hanno evidenziato l’assenza al vertice di oggi dei presidenti delle più ricche economie occidentali (dagli Stati Uniti, alla Germania, passando per Inghilterra e Francia) definendo il vertice, prima ancora dell’apertura dei lavori, un “flop”. Dal punto di vista dei componenti del Forum alternativo della Società Civile, è necessario un cambio di prospettiva radicale: contrapponendo il locale al globale, il piccolo al transnazionale. Dalle discussioni di questi giorni al Forum della società civile è emerso con chiarezza che l’unica soluzione alla crisi alimentare mondiale può arrivare dai piccoli produttori di cibo. Una certezza che domani i partecipanti al ‘controvertice’ esporranno proprio di fronte alla sede del Vertice ufficiale della Fao, dove è stata convocata una manifestazione e una conferenza stampa. “I piccoli contadini e altri piccoli produttori di cibo – come i popoli indigeni – sono oltre un miliardo e mezzo nel mondo e producono oltre il 75% del fabbisogno di cibo del pianeta. Possiamo arrivare a coprire il 100% delle necessità attraverso un’agricoltura sostenibile e allevamenti su scala ridotta” si legge in una nota, nella quale si ribadisce a più riprese che “al contrario di quanto viene detto, la produzione agricola su vasta scala è sufficiente a nutrire tutti”. Secondo i dati in circolazione, infatti, l’80% del miliardo di persone minacciato da fame e malnutrizione è composto proprio da piccoli produttori agricoli e abitanti delle zone rurali che, con politiche pubbliche adatte e finanziamenti mirati, sarebbero rapidamente in grado di garantire la propria e altrui alimentazione. I partecipanti al Forum della società civile di Roma sono anche convinti, come ha detto ieri Nettie Weibe della ‘Via Campesina’, che puntando su agricoltura e mercati locali si possa “raffreddare” il pianeta. “Politiche giuste e appropriate a sostegno dell’agricoltura familiare, come quelle di favorire genuine riforme agrarie che distribuiscano la terra a piccoli produttori invece che creare nuovi latifondi in mano a multinazionali, porterebbero molti più benefici all’ambiente e ai cambiamenti climatici di qualsiasi accordo possa emergere dai prossimi negoziati di Copenaghen” ha detto la Weibe. In una recente intervista, Jean Ziegler, vice-presidente della Commissione Onu per i diritti umani ed ex-relatore speciale per il diritto all’alimentazione, riferendosi alla vasta parte di umanità che soffre la fame ha detto: “ E’ una barbarie e un’assurdità, visto che l’agricoltura mondiale è in grado di dar da mangiare a 12 miliardi di persone, il doppio rispetto a quanti siamo, fornendoci più di 2000 calorie al giorno”. Ed ha aggiunto: “Su qualsiasi mercato africano troverete verdure, frutta o carne francese, greca o spagnola a metà prezzo rispetto ai prodotti locali, mentre il contadino senegalese che lavora 12 ore al giorno non riesce a sbarcare il lunario” (mz/pmb)[CO]
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