Nonostante gli sforzi del parlamento e delle organizzazioni della società civile locale, la secolare pratica della schiavitù resta ancora presente in Mauritania. Il richiamo giunge da Gulnara Shahinian, relatore speciale dell’Onu per le forme contemporanee di schiavitù, le sue cause e conseguenze, alla fine di una missione di dieci giorni nel paese. “Casi seri ancora esistono in Mauritania. Le persone sono soggette a differenti e gravi forme di schiavitù in alcune aree rurali e città” ha detto Shahinian, citando casi di bambini e adulti assoggettati e obbligati al lavoro domestico, matrimoni forzati di minori e traffico di persone. La schiavitù, che nella società mauritana risale al confronto tra comunità nordafricane e quelle provenienti dal sud, è stata ufficialmente abolita nel 1981 e dal 2007 è considerata un reato penale punibile con il carcere. A dispetto di ciò, ha detto Shahinian, la legge resta spesso inapplicata e mancano alcune normative che la renderebbero più efficace, come una legge che tuteli il lavoro. Sono numerosi in Mauritania le associazioni e i gruppi di pressione che lottano per la punizione e definitiva scomparsa di questa pratica; tali organizzazioni arrivano a stimare fino al 18% la parte della popolazione (su tre milioni di abitanti) che vive in condizioni di schiavitù o ad essa equiparabili. Per secoli gli ‘Harratin’, termine dispregiativo con cui sono chiamate le popolazioni di ‘pelle scura’, e ancora oggi quasi sempre appartenenti alle classi povere, furono assoggettati dai Bidan Moorish (letteralmente ‘mori di pelle chiara’), che, soprattutto in passato, componevano l’elite locale.[BF]
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